CICLO DEI MANDALA
Il bianco non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di colore; e allo stesso tempo il concreto di tutti i colori. È proprio in questa ambivalenza che si inserisce il concetto di invisibile nelle opere realizzate su plexiglass.
Il plexiglass, per sua natura trasparente, si avvicina a questa idea di “colore senza colore”: una superficie che non si impone allo sguardo, ma che lascia filtrare ciò che sta dietro, rendendo l’opera un luogo di passaggio tra visibile e invisibile. Come nel paesaggio di nevi, si crea una “vuota stupidità, piena di significato”: uno spazio apparentemente neutro, ma carico di possibilità percettive.
L’invisibile, in queste opere, non è semplicemente ciò che manca, ma ciò che si sottrae. Il segno, il colore, la materia sembrano emergere e allo stesso tempo dissolversi nella trasparenza, come se fossero sempre sul punto di scomparire. Il plexiglass diventa così una soglia: non superficie piena, ma campo sospeso, dove ciò che è celato convive con ciò che appare.
In questo senso, si può parlare di un “ateismo onnicomprensivo” dell’immagine: un vuoto che non nega, ma contiene. L’opera non impone un significato unico, ma lo lascia affiorare nello sguardo di chi osserva, che è costretto a cercare, a dubitare, a colmare le assenze.
Le opere su plexiglass rendono quindi visibile l’invisibile non mostrando, ma sottraendo; non riempiendo lo spazio, ma lasciandolo aperto. È in questa tensione tra presenza e assenza, tra ciò che si vede e ciò che sfugge, che il lavoro trova la sua forza: un’esperienza percettiva che invita a guardare oltre la superficie, verso ciò che, pur essendo lì, resta celato.
INVISIBILI
Non abbiamo contorni veri, solo confini immaginati. Il vento ci disegna, la luce ci rivela, il tempo ci scioglie. Eppure, nel nostro continuo cambiare, restiamo fedeli a qualcosa di invisibile: il desiderio di muoverci.






